In Provincia dal 2007 in poi, con l’eccezione del 2010, il numero delle attività in chiusura è sempre stato superiore a quello in apertura

Nascita e morte in pochi mesi. Confcommercio: “Improvvisazione”. Davide Ippaso, segretario di Confcommercio… “Chi è senza lavoro tende a lanciarsi sul mercato senza preparazione e copertura economica, è destinato al fallimento in Piazzale Garibaldi a Pesaro c’è un caso emblematico: in un locale un bar ha cambiato gestione 3 volte in un anno e alla fine ha aperto 331 è la differenza in negativo tra le attività nate e scomparse nel 2017; un’agenzia di viaggio durata poco perché sono tipologie che non vanno bene in una zona senza parcheggi” riferisce Davide Ippaso. Ma ce ne sono tanti, in giro per la città, nella stessa situazione.
Fuori e anche dentro il centro storico. “A metà via Branca, le macchinette automatiche per il caffè hanno retto non più di un anno e mezzo”, aggiunge Ippaso. Persino nel cuore della città, in piazza del Popolo, c’è un locale che cambia gestione e attività in men che non si dica. Sono spesso sogni infranti di chi ha tentato di reinventarsi dopo aver perso il precedente impiego per colpa della crisi. “Oppure è il ‘regalo'” di qualche genitore al figlio che non trova un lavoro”, fa un altro esempio il segretario di Confcommercio. Genitori che investono i risparmi di una vita nella speranza di assicurare un futuro al figlio “e poi invece si trovano pieni di debiti, ne ho visti alcuni che hanno ipotecato la casa”.

Tanti debiti. “Subentrare ad un bar già in piedi costa sui 25mila euro, metterlo su ex novo anche di più, si può arrivare persino ai 50mila euro”, spiega Ippaso. Allestire un negozio di abbigliamento è meno costoso, “ma è la tipologia con il più alto tasso di mortalità: si buttano tutti nel franchising convinti che sia la soluzione a tutti i mali e invece aprono e chiudono a velocità straordinaria”. Per rientrare dell’investimento fatto occorrerebbero almeno 3-4 anni di ammortamento. E invece sempre più spesso queste nuove attività non spengono la candelina del primo anno. Né le associazioni di categoria né la Camera di Commercio hanno il dato preciso di quanti sono i commercianti che hanno chiuso e aperto nel giro di pochi mesi. Per ottenerlo occorrerebbe confrontare i nomi delle attività aperte con quelle chiuse e gli studi statistici in genere non sono così dettagliati. Ma dai dati forniti dalla Camera di Commercio si può già intuire la portata del fenomeno. Nel 2016 l’ente bicamerale ha registrato 2.117 nuove attività a fronte di 2.318 cancellazioni. Una differenza in negativo di 201 unità. Nel 2017 si sono iscritte in 2.018 e cancellate in 2.349. Una differenza in negativo di 331 unità. “Dal 2007 in poi, con l’eccezione del 2010 – riporta Ippaso -, il numero delle attività in chiusura è sempre stato superiore a quello delle attività in apertura”. E a calare sono soprattutto le ditte individuali, quelle, per l’appunto, di chi tenta di mettere su un’attività in proprio. Crescono invece le società di capitali. A cosa si deve questa moria dei nuovi commercianti? “In passato – spiega Ippaso -— c’era spazio per tutti, anche per chi si improvvisava. Oggi invece sopravvive solo chi apre nel posto giusto al momento giusto e con le dovute conoscenze. Invece, c’è troppa gente che pensa sia facile fare il caffé e parte senza saperlo fare, aprendo dove costa meno senza chiedersi perché costa così poco. Così ci ritroviamo che a Pesaro un bar ha una vita media di 3 anni. Nel campo dell’abbigliamento poi se sbagli la compera perché non hai capito la moda sei finito – prosegue Ippaso -, sopravvive solo chi conosce il mercato e, soprattutto, ha un rapporto privilegiato con le aziende fornitrici, ma per averlo bisogna essere nel settore. Poi, chiaramente, ci sono gli ostacoli della burocrazia opprimente e della tassazione elevata”. Quinidi, lei sconsiglia di aprire un’attività? “No, ma solo con la giusta preparazione altrimenti ci si rimette e anche molto. Imprenditori non si nasce e non sempre si è portati ad esserlo. Va fatto innanzitutto un corso professionale per acquisire le competenze. Le tanto vituperate associazioni di categoria, che alcuni politici locali considerano inutili servono proprio per indirizzare. Perché va fatto innanzitutto uno studio di marketing strategico per capire se è il momento giusto per aprire quella tipologia e qual è il posto più adatto. Poi occorrerebbe avere le spalle coperte per reggere l’urto dei costi. Invece, la tendenza è aprire senza competenze e senza copertura economica e il finale è scontato: chiusura e indebitamento”.

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