Fano (martedì 18 dicembre) “In ricordo di Aldo Capitini”

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“Se non tutti faranno così, sarà pur bene che qualcuno lo faccia: il fuoco viene sempre acceso da un punto”. – Aldo Capitini

La rassegna “Con le parole giuste”, giunta quest’anno alla sua ottava edizione prosegue con l’appuntamento in programma martedì 18 dicembre (ore 18:00) alla Mediateca Montanari – Memo per il quale è stata scelta la parola PACE. E non poteva essere altrimenti trattandosi di un incontro al quale è stato dato il sottotitolo In ricordo di Aldo Capitini, in occasione del 50° Anniversario dalla sua morte, organizzato in collaborazione con Enti Locali per la Pace e con l’Associazione Giustizia e Pace di Fano Protagonisti saranno Gabriele De Veris e Daniele Lugli, coordinati da Luciano Benini. “Capitini – dichiara Samuele Mascarin, assessore alla Pace e alla Memoria del Comune di Fano –  è stato una figura eccezionale in un’epoca contrassegnata prima dalla violenza del fascismo e poi dalle divisioni della Guerra Fredda. Credeva nella libertà individuale che però andava coniugata con gli ideali di fraternità, solidarietà, lavoro e giustizia sociale. Un uomo di grande spessore civile e intellettuale, la cui testimonianza e pratica interrogano il presente e il nostro agire quotidiano”. Si parlerà di pacifismo e di movimento non violento come sottolinea Luciano Benini, ideatore e responsabile della Scuola di Pace della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola e della Sala della Pace: “L’impegno per la costruzione della pace, di un sistema alternativo, deve esserci proprio in tempo di pace. Si tratta di un impegno quotidiano per creare le condizioni di convivenza tra i popoli e per ridurre le spese militari non si tratta di un generico pacifismo che si manifesta in tempo di guerra”. L’impegno di cui parla Benini è anche di tipo divulgativo: “Come Scuola della Pace teniamo periodicamente incontri nelle scuole superiori e medie e grazie ai volontari del servizio civile della Caritas la Sala è fruibile e mette a disposizione una ricca documentazione su questi temi”.

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, nel 1962 prende parte alla costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà responsabile nazionale dal 1996 al 2010, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali – argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni – fino all’incarico di Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948. Gli abbiamo chiesto qual è l’eredità di Aldo Capitini?: “Libero religioso” ha indicato il legame profondo tra libertà e religione – cosa per nulla scontata – e ha proposto la religione come strumento di ulteriore liberazione – afferma Lugli – accanto, e oltre, la liberazione politica ed economica. “Indipendente di sinistra” è dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi, pronto ad ogni necessaria collaborazione, ma capace di agire anche da solo, o in pochissimi, secondo la sua persuasione, che gli garantiva indipendenza nel giudizio e nell’azione. Profeta più che saggio, anche se studioso attento e appassionato. Il saggio alla fine dei conti ti indica come è la realtà e ti invita ad accettare quanto non po’ essere mutato, che il pesce grande mangi il pesce piccolo, ad esempio. A Capitini la cosa non va giù: “Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto… non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare”. Di qui la proposta della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla liberta, allo sviluppo del vivente. In una nota su Azione nonviolenta (marzo 1967) – continua Lugli – lodando una mia piccola iniziativa di una pubblicazione che non seppe divenire periodica, scriveva “i governi si succedono per fare più ricchi e più potenti i ricchi e i potenti… spetta a noi nonviolenti… dare esempi e stimoli di una solidarietà dal basso , di un metodo aperto per costruire, pulitamente e in uno spirito nuovo, la civiltà”. Non abbiamo saputo rispondere a questo compito muovendo dall’indicazione che fino all’ultimo ci ha dato: “Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento”. Non ci si può esimere dal chiedere a Lugli anche un commento sulla deriva fascista e razzista alla quale stiamo assistendo in questi ultimi tempi: “Covava da tempo – esordisce il braccio destro e storico amico di Capitini –  in una società di crescenti disuguaglianze, alle quali non si è in grado di opporre efficace resistenza e azione di rinnovamento, indicate da Capitini. Ai cittadini, incapaci di prendere nelle proprie mani il loro destino, resta lo sfogo di accanirsi contro i più deboli, i più esposti, i meno garantiti, secondo il tristemente noto rituale del capro espiatorio. Bene dice Luigi Ferrajoli è “razzismo istituzionale”, che stimola “sadismo legislativo e burocratico. Rende i migranti persone senza diritti, contro la nostra storia, la nostra Costituzione, la civiltà giuridica europea e il diritto internazionale. Rende pessimo e pericoloso il nostro presente, prepara un avvenire peggiore. Cinquanta anni fa nessuno prevedeva gli scenari attuali di persone che cercano una possibilità di vita in un paese diverso da quello dove sono nati, spinti dalla disperazione e dalla speranza. Capitini però (Azione Nonviolenta Agosto- Settembre 1968) nell’articolo Ragioni della nonviolenza, al punto 8 dei 20 punti in cui tali ragioni riassume scriveva: Il metodo nonviolento…rende presenti moltitudini di donne, giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civiltà, che è l’apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perché essere così esclusivi (razzisti) verso altre genti? Ormai non è meglio insegnare, sì, l’affetto per la propria terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza è un’altra atmosfera per tutte le cose e un’altra attenzione per le persone e per ciò che possono diventare”. La nonviolenza attiva è la risposta difficile, ma non ne vedo altre, alla deriva di violenza alla quale assistiamo.

Altro protagonista dell’appuntamento di martedì 13 dicembre 2018 sarà Gabriele De Veris, bibliotecario dal 1995, dal 2012 alla Biblioteca San Matteo degli Armeni, biblioteca pubblica dedicata a pace nonviolenza diritti umani ambiente commercio equo dialogo interculturale e interreligioso, che ospita la biblioteca di Aldo Capitini. Ha ricoperto vari incarichi nell’Associazione Italiana Biblioteche  e nell’associazionismo educativo e nella promozione dell’obiezione di coscienza e del servizio civile. A lui abbiamo chiesto come è possibile immaginare un mondo in cui il pacifismo sia un valore in un mondo intriso di violenza. “Apparentemente è così – dichiara De Veris – perché ciò che determina la visione del mondo è ciò che passa in televisione o in internet. Nel momento in cui passiamo all’esperienza reale il panorama cambia. Esistono ampie realtà che trovano poco riscontro nel Mainstream della comunicazione ma che agiscono. Il momento di maggior esposizione mediatica dei movimenti pacifisti è avvenuto nel 2003 con l’iniziativa “La pace in tutti i balconi”, in quel preciso momento storico il pacifismo è stato visibile a tantissime persone poi è tornato fuori dalla consapevolezza collettiva. Ciò che emerge oggi è che la violenza è legalizzata, spesso le peggiori efferatezze, pensiamo al genocidio degli ebrei, avvengono con la copertura della legge. La voce di Capitini fu sempre una voce fuori dal coro, la sua esperienza fu profetica, lui non era un teorico la sua era una coerenza totale tra pensiero e azione”.

 

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