Fallimentare il piano della Regione contro i cinghiali

«Il Piano di controllo del cinghiale, così come articolato e sarà applicato, non darà alcun risultato per il mondo agricolo e sarà un ulteriore vincolo per gli ATC ed anche per i cacciatori». Perentorio il giudizio di Claudio Nasoni della Copagri. «Le aziende agricole stanno vivendo un periodo davvero gravoso sotto ogni punto di vista, dai mercati agli andamenti stagionali a cui si aggiungono i danni da selvaggina. Sono diversi anni che praticamente non vi è nessun tornaconto nell’attività agricola di coltivazione». La situazione non migliora dal momento che «la Regione sta spendendo moltissimi soldi per la realizzazione del Piano di Sviluppo Rurale. Circa 550 milioni ai quali ne vanno aggiunti altri 150 milioni per l’area terremotata. Sembrerebbe che con una mano voglia “spingere” sullo sviluppo del settore primario, ma con l’altra stia distruggendo, adottando misure inefficaci. Mentre, specie nelle aree interne serve un’azione esattamente contraria». Emerge una realtà drammatica: «Non si fa nulla per fermare lo scempio dei danni e dei pericoli derivanti dal cinghiale, se non azioni palliative, come il piano di controllo. Nulla di incisivo si fa per fermare l’inesorabile avanzata di una specie aliena al territorio, molto prolifera e selezionata per la produzione della carne. Questo cinghiale è solo una razza da allevamento molto rustica che non ha praticamente rivali, se non in parte nel lupo». Il cinghiale oggi presente nelle nostre realtà territoriali è una specie distruttrice e fortemente invasiva che porterà inequivocabilmente, prima o poi a danni socioeconomici molto gravi». Un altro aspetto di estrema gravità riguarda «il cinghiale stessa specie biologica del suino domestico, sono sensibili alle stesse patologie. Le più temute infezioni del cinghiale sono le malattie virali specifiche dei suini ed è dire tutto sui rischi che incombono. Non vanno nemmeno trascurati i rischi sanitari per le persone».  Le indicazioni utili alla prevenzione «arrivano dal mondo agricolo che chiede un maggiore controllo della specie, al fine di avere meno danni nelle proprie coltivazioni, e permettere agli agricoltori di autodifendersi almeno nei seguenti tre modi: con lo sparo, per chi ha la licenza da caccia o il porto d’armi; dare la possibilità, per chi non ha la licenza da caccia, di poter catturare, per mezzo dei recinti, l’animale quando minaccia le coltivazioni in atto; poter nominare una persona di propria fiducia, avente i requisiti necessari, per procedere allo sparo nei pressi delle coltivazioni da proteggere. Il tutto ovviamente indipendentemente dal calendario della caccia». Il piano di controllo del cinghiale prevede questi passaggi «ma li distorce, dando la possibilità solo ai cacciatori di intervenire. Chiederemo la verifica della legittimità di quanto disposto. Daremo battaglia a quanti vogliono, per interesse personale, seminare discordia tra agricoltori de cacciatori. Chiediamo anche l’unificazione degli assessorati regionali dell’agricoltura e della caccia aggiungendo anche quello dell’ambiente».