Dottor De Marchi: “Contrastrare l’assurdo progetto dell’ospedale unico. Riorganizzare Fano, Pesaro e integrarli con i nosocomi dell’entroterra”

Servizio tratto dal nostro mensile Flaminia&Dintorni numero di settembre

Ospedale unico sì, oppure no, è la lunga controversia che imperversa da anni sul nostro territorio. Ne abbiamo parlato con il dottor Carlo De Marchi medico del reparto ginecologico di Fano, di recente in pensione.

Dottore cosa ci dice sulla nostra sanità? “Partiamo dal concetto che per salute si intende un completo benessere fisico, psichico e sociale, dovuto anche dalle condizioni ambientali in cui viviamo. Chi è preposto all’organizzazione del sistema sanitario deve avere come centro nel suo sistema di rimuovere quelle condizioni ambientali e personali che influiscono negativamente.  Allora la salute non dipende solo dalla presenza di un ospedale, ma da un sistema organizzato capace di incidere sulle qualità della nostra vita. Anche se molti percepiscono sicurezza  nell’ospedale, va precisato che ne è solo il tetto di una costruzione, mentre  le fondamenta sono la prevenzione e la diagnosi precoce con la possibilità di avere per ogni persona un facile accesso a queste richieste. In questi ultimi vent’anni il modo di curarsi è cambiato ed il compito fondamentale dell’ospedale è quello di rispondere alle problematiche gravi ed acute e sarà efficace solo se il malato vi accede con facilità”.

Ma allora cosa deve fare la Regione? “Il rimprovero da fare alla amministrazione regionale  è quello di aver iniziato a parlare di ospedale unico, senza prima aver avviato un’attenta e dettagliata analisi sui problemi e le risorse esistenti nel territorio. Una buona sanità non è legata ai muri più o meno nuovi, ma alla capacità ed alla qualità delle prestazioni erogate. Un’analisi attenta della realtà sanitaria nel nostro territorio dimostra che vi è una grande carenza nelle prestazioni diagnostiche con lunghe file di attesa. L’idea di costruire un nuovo ospedale nella nostra provincia per migliorare la sanità regionale già sufficientemente qualificata, ha avuto con la chiusura dei tre ospedali dell’interno (Cagli, Fossombrone, Sassocorvaro ndr), il conseguente effetto di impoverire nei territori dell’entroterra l’assistenza alle emergenze ed alla prevenzione. Pertanto l’elemento critico di questa storia è il sentire parlare da oltre cinque anni del futuro nuovo ospedale, senza avere un piano organico dei servizi e senza dare risposte alle preoccupazioni ed alle problematiche dei cittadini. La sensazione generale della tanto sbandierata strada del miglioramento nel servizio della sanità, sta solo avvenendo con un drastico taglio di spesa pubblica. Ed  in questo scenario di riordino sanitario, anche l’ospedale di Fano ha subito il depotenziamento di alcuni reparti e l’intasamento del pronto soccorso: perciò va contrastato l’assurdo progetto dell’ospedale unico”.  

Dipinto un quadro tutt’altro che roseo della sanità provinciale che ormai da anni sta partorendo aspre polemiche, al dottor Carlo De Marchi chiediamo di tracciare la linea che potrebbe rispondere alle reali esigenze dell’intero territorio senza lasciare nel dimenticatoio il depauperato entroterra.

Cosa va chiesto alla Regione? “Ci auguriamo che venga redatto un nuovo partecipato piano socio sanitario che potenzi e valorizzi tutte le strutture ospedaliere già esistenti sul territorio. Si preveda la riorganizzazione degli ospedali di Pesaro e Fano, che funzionino integrandosi con gli ospedali dell’entroterra con una rete di servizi territoriali capaci di una medicina moderna ed efficiente di prossimità alla persona. Si rinunci al piano Marche Nord e si individui su ogni presidio una ‘mission’ che risponda efficientemente al rinnovamento delle nuove scoperte scientifiche e contemporaneamente garantisca tutela agli abitanti dell’entroterra.  La riorganizzazione sanitaria non deve  necessariamente tagliare servizi, ma deve coordinare con obiettivi specifici i compiti per ogni singolo ospedale del territorio.  Si tratta di invertire il processo della riforma sanitaria, che non pone al primo posto l’ospedale come struttura, ma le prestazioni delle cure. Se facciamo l’inverso, è come se per una costruzione di un edificio fossimo partiti dal tetto. La mobilità passiva nasce dalla carenza della gestione organizzativa e dalla qualità delle prestazioni e non certo dal numero degli edifici!”.

Alla luce di tutto ciò come si deve assistere il malato? “Bisogna garantire una buona rete di servizi territoriali capaci di dare prossimità alla persona, che tutt’oggi è assente, andrebbe avviata una forma innovativa di assistenza medica e di domiciliarità. Per questo motivo è chiara la necessità di tutelare l’ospedale di Fano e quelli dell’entroterra. La riqualificazione del sistema deve passare attraverso un’innovazione tecnologica dei processi diagnostici e terapeutici con miglioramento organizzativo, che crei rapporti tra ospedale e territorio. Concentrare tutti i servizi in una sola struttura non è migliorativo, ma intasa il sistema.  Bisogna ridare continuità assistenziale al malato e non separare la prestazione acuta dalla continuità della terapia, oggi i pazienti dimessi sono disorientati per la mancanza di percorsi diagnostici e terapeutici preordinati. L’accesso e l’uscita delle prestazioni mediche hanno bisogno di percorsi omogenei ed organici”.