Lettera aperta al presidente Luca Ceriscioli

salus
Dottoressa Santa Catanese

Gentile presidente Ceriscioli, ci rivolgiamo direttamente a lei con questa lettera aperta perché in più occasioni ha mostrato verbalmente disponibilità e attenzione ai problemi dei medici del 118 e, più in generale, al buon funzionamento del settore. Le ricordiamo che il 9 novembre scorso davanti al palazzo Raffaello della Regione, come Smi (Sindacato dei Medici Italiani) nel corso di un sit-in ci siamo incatenati per manifestare e denunciare la situazione di disagio e discriminazione a scapito dei medici convenzionati dell’emergenza-urgenza, per chiedere, quindi interventi immediati per la salvaguardia dei nostri diritti, ma anche per segnalare le problematiche del sistema 118 e dei cosiddetti punti di primo intervento, i ppi (oggi pat). Siamo stati, in quell’occasione, ricevuti e ascoltati in regione. O almeno così credevamo, perché ad oggi nulla è cambiato. Nel merito, le elenchiamo alcuni dei nodi ancora irrisolti: come medici del 118 convenzionati operiamo, fianco a fianco, con i medici dipendenti, e pur svolgendo lo stesso lavoro non godiamo delle stesse garanzie, diritto alla maternità, alla formazione, all’affido, al lutto, all’allattamento, ad avere sedi dignitose, a norma, nonché sicure. E, a monte, il diritto a non rimanere congelati nel limbo della convenzione e quindi a passare alla dipendenza come avvenuto già per alcuni in questa regione e nel resto del Paese. Ma non solo di questioni sindacali abbiamo parlato. L’altra grande questione è la effettiva tutela del diritto alla salute dei cittadini marchigiani. Queste le criticità presentate: i punti di primo intervento (ppi) di tutti i piccoli ospedali delle Marche, sono ormai stati convertiti in punti di prima assistenza (pat) e sebbene le aziende sanitarie locali abbiano cercato di far passare questo passaggio attraverso i mass media, il cittadino ancora non ha inteso il significato di questa scelta. Assistiamo a una situazione confusa da mesi: chi colpito da patologia acuta, ignaro, si reca presso queste strutture, che pur mantenendo in qualche caso  la scritta a carattere cubitale “punto di primo intervento”,”ospedale”,” emergency”, non sono in realtà dei pronto soccorsi quindi non sono deputati ad accogliere e gestire l’urgenza-emergenza. Queste strutture, oggi chiamate pat, non sono più attrezzate a trattare l’urgenza, che viene quindi scaricata al 118, senza tener conto però che il medico 118 potrebbe non trovarsi fisicamente nella struttura perché impegnato sul territorio in un altro intervento. In realtà, neanche gli addetti ai lavori hanno ancora capito bene di che cosa debba occuparsi il “pat”, il cosiddetto: chi deve fare cosa! E il ruolo del medico del 118 appare molto “confuso”. Un esempio:  dovrebbe trattare patologie minori, che spesso possono nascondere però insidie, ma allo stesso tempo il medico 118 dovrà, se allertato e chiamato per una urgenza dalla Centrale Operativa, lasciare in sospeso il paziente e rispondere ad un’emergenza sul territorio. È questo il sistema che la regione vuole mettere in campo? Un ibrido nel quale il  medico dell’emergenza 118 diventi il tappabuchi “istituzionale” delle criticità del servizio sanitario marchigiano? Che si faccia una programmazione sanitaria di tipo probabilistico?

Ma dov’è il rafforzamento delle rete di emergenza territoriale che avrebbe dovuto sopperire alla chiusura dei piccoli ospedali, come recita la delibera regionale 735/13, quando l’elemento cardine su cui poggia l’intero sistema, ovvero il medico del 118, non viene mai interpellato? Che fine ha fatto la capillarità e il potenziamento del 118 sul nostro territorio  visto lo spostamento di sempre più professionalità mediche ed infermieristiche del settore a colmare le carenze ataviche di organico dell’ospedale, che tradisce una radicata logica ospedalocentrica?  Alcuni dati: nell’area vasta 4, la postazioni 118 di Fermo, durante il servizio attivo diurno sul territorio, viene impiegata per assicurare la centralizzazione dei pazienti afferiti direttamente al pronto soccorso e quindi  di competenza ospedaliera. Così, non rispettando la legge regionale del 2013 che prevede che questo servizio possa essere effettuato esclusivamente con   postazioni jolly del 118 dedicate per i trasporti interospedalieri e/o con equipaggi aggiuntivi in servizio di reperibilità ?

Prevale, quindi, la logica economicistica dell’ospedale, pur conoscendo le possibili penalizzazioni in termini temporali di risposta alle richieste di soccorso provenienti dal territorio e usando, appunto, risorse dedicate dello stesso territorio ?

Questo, presunto, e preteso, rafforzamento della rete dell’emergenza territoriale, si scontra con un sistema che si basa su figure professionali sanitarie e non (vedi autisti soccorritori) che hanno contratti anomali, difformi e fortemente discriminatori tra di loro?

La battaglia contro la precarietà nel settore sanitario prosegue, ma purtroppo ad oggi sembra  che questa sia l’unica certezza per tutti quanti noi, sanitari e cittadini.

Infine, le spinte alla privatizzazione, nella nostra regione, non sono così lontane, come dimostra anche l’inaugurazione il 17 febbraio della struttura villa montefeltro, dell’ormai defunto ospedale di sassocorvaro!

Tutto ciò, nonostante le nostre lotte per la difesa della sanità pubblica.

La regione Marche dove sta andando? Lo dica chiaramente.

Il 9 novembre, a seguito della manifestazione dello Smi, il presidente Volpini della commissione sanità e diversi consiglieri, la dr.ssa Di Furia dell’ufficio salute, avevano promesso un’audizione in tempi rapidi ed espresso la volontà di voler risolvere le criticità presentate dalla delegazione intervenuta in sede di manifestazione.

Gentile presidente, stiamo ancora aspettando, chiediamo il suo aiuto concreto.

Altrimenti siamo pronti a una nuova manifestazione di protesta, se questo dovesse essere l’unico  modo per farci sentire.

Cordiali saluti

dott.ssa Santina Catanese,Sindacato Medici italiani