Prof. Vittoria Orlandi Balzari: “Nei documenti dei Capizucchi la chiave per la Madonna del Cardellino di Cantiano”

Tratto dall’ultimo numero (dicembre 2017) del nostro periodico Flaminia & Dintorni

Riflessione della docente di storia dell’arte dell’Università dell’Insubria di Varese dopo l’input lanciato dalla studiosa locale Roberta Scatena

Spesso i critici si arrovellano nel dare una attribuzione univoca, il nome tanto ambito e a volte altisonante, quando la storia dell’arte ci insegna che le produzioni artistiche spesso sono opera di collaborazione sia perché realizzate all’interno di una bottega, sia perché non finite e terminate da altri. Questa ultima considerazione non deve stupire poiché macro esempi si trovano spesso: basti pensare alla Pietà Fiorentina di Michelangelo lasciata incompiuta e acquistata da Francesco Bandini che trovò logico portarla a termine per mezzo dello scultore Tiberio Calcagni. Ed è proprio questa ipotesi, a mio avviso, la più convincente nel caso della Madonna del Cardellino di Cantiano, attribuita al Perugino dal legato che istituì la cappella nella collegiata cantianese, addirittura datata dal Williamson (2011) al 1497 in virtù del fatto che il Vannucci si trovava a Fano, quindi non troppo distante da Cantiano e da Sinigallia (per analogia stilistica); peccato che tale dipinto appartenne alla collegiata solo nel tardo Seicento. Secondo Sgarbi e Scotucci, che nominano il tondo nel catalogo alla mostra dedicata al pittore Vincenzo Pagani (2008) invece l’autore è fuor di dubbio Eusebio da Sangiorgio, umbro collaboratore del Perugino, mentre le guide touring ancora considerano l’autore appartenente alla “scuola umbro-Toscana del Cinquecento”. Fermo restando la forte impronta raffaellesca nell’anatomia del Bambino, come giustamente osservato da Roberta Scatena, l’effetto complessivo brillante e cristallino rimanda all’ambito del rinascimento urbinate erede di Piero della Francesca e di Francesco di Giorgio, come pare confermare la presenza dei torricini del palazzo ducale e della cupola del duomo, paesaggio rivisitato in modo fiabesco, quasi fiammingheggiante. È altresì probabile che il tondo, oltre ad essere stato dipinto nella Marca, non si sia allontanato mai di molto da quelle zone, in virtù del fatto che lo zio di Aurora de Ruiz nata  Capizucchi, colei che ne fece dono al canonico di Cantiano Adriano Fabi, fu il generale dell’arma pontificia Tarquinio Capizucchi di stanza  proprio ad Ancona e lì tumulato nel 1628. Ora, estintasi la linea genealogica dello zio, i suoi beni saranno stati incamerati dai figli del fratello di Tarquinio, e quindi anche da Aurora. Evidentemente la dama aveva ricevuto il dipinto con l’attribuzione al Perugino per darne tale certa definizione nell’atto donativo. È mia convinzione quindi che per comprendere meglio le vicende del sacro dipinto sia necessaria una accurata ricerca a ritroso nei documenti familiari dei Capizucchi, sperando in una risposta soddisfacente.

Vittoria Orlandi Balzari - docente storia arte moderna
Università dell'Insubria – Varese