“Un uso sostenibile delle risorse impone che l’acqua sia usata in modo efficiente e rispettando alcune limitazioni, cosa che non accade”

Servizio tratto dal nostro mensile numero di settembre. Il geologo Francesco Rosati interviene sull’emergenza idrica e sul discusso prelievo dell’acqua dal pozzo del Burano chiuso dopo 67 giorni la scorsa settimana

L’emergenza idrica, purtroppo, ha caratterizzato il 2017. Anche quest’anno il ‘pozzo del Burano’ è stato riaperto. Mai nella storia per un periodo così lungo: 67 giorni. Abbiamo interpellato in merito il geologo Francesco Rosati. Siccità e problemi di approvvigionamento idrico: perché ricorre questa situazione? “L’estate ‘sahariana’ (ormai fenomeno ordinario) con pozzi e fiumi prosciugati e la serie di record climatici storici, ha chiarito il dramma che si sta rappresentando: l’acqua finirà per diventare un bene raro. L’impatto della tropicalizzazione sulle risorse idriche ci costringerà a mettere in atto strategie di mitigazione e adattamento. Puntualmente, sull’onda di questa consapevolezza e dell’emotività, riprendono polemiche e curiosità sul ‘pozzo Burano’ (pozzo Cagli1), anche alimentate dall’imbarazzante balletto scomparsa/ricomparsa dei famosi dati derivanti dalla rete di monitoraggio. Sul pozzo ritornerò più avanti, mi soffermo sulle crisi idriche. Studi idrogeologici indicano, che la regione è caratterizzata da un assetto geo-strutturale favorevole allo sviluppo di acquiferi con elevate potenzialità idriche, capaci di soddisfare i fabbisogni idropotabili, attuali e futuri. Lo sostiene il prof. Torquato Nanni, ordinario di Idrogeologia applicata dell’Università Politecnica delle Marche, che individua come principali cause delle crisi idriche ‘l’inadeguata gestione del sistema idrico nazionale e regionale e l’assenza di strutture pubbliche con professionalità adeguate a studiare e tutelare il sistema idrico’”. Sul “pozzo del Burano” qual è la sua posizione? “Ho considerato un errore la sua realizzazione e considero un’aberrazione il suo attuale sfruttamento. Se tutte le acque sono pubbliche (da normativa) esse vanno tutelate (da normativa). Sono stati capaci i ‘grandi decisori’ che si sono susseguiti negli anni di predire la risposta del sistema ‘pianura alluvionale’ (ambiente fragile che sopporta il massimo della pressione antropica) alla trasformazione socio-economica in un contesto di sovrasfruttamento degli acquiferi e di esposizione ad eventi contaminanti? Hanno messo in atto nel tempo strategie e strumenti atti a mitigare il degrado e recuperare la risorsa? Ne avevano il dovere politico e morale. Niente di ciò è stato fatto. Risorsa (che era pubblica) depauperata e solita polverizzazione delle responsabilità. Ora hanno individuato la cosa più semplice da fare: andare a prendere altra acqua (risorsa pubblica) dov’è più facile. Nessuno si può opporre in linea di principio (le acque sono pubbliche e vanno equamente distribuite). Si ripropone un film già visto: esistono interessi diversi da difendere e quasi invariabilmente si creano tensioni”. La cospicua estrazione di acqua dal “pozzo del Burano” potrebbe generare terremoti? “Per rilevare eventuali effetti indotti dal pozzo sulla struttura geologica dell’area, sia in fase di perforazione sia in quella di esercizio, furono predisposte 3 stazioni microsismiche. Sarebbe interessante leggere i dati rilevati. In ogni modo, ritengo abbastanza improbabile che l’estrazione di acqua da questo singolo pozzo possa determinare un incremento importante della sismicità locale. Da alcuni studi recenti sembra più probabile che i terremoti avvengano pompando acqua nel sottosuolo piuttosto che estraendola. Come si è verificato nelle perforazioni per l’estrazione di idrocarburi mediante la tecnica della fratturazione idraulica)”. Quale futuro nella gestione? “Un paio di anni fa le Nazioni Unite hanno pubblicato il rapporto ‘L’acqua per un mondo sostenibile’, in cui si pone l’allarme sull’attuale insostenibilità dei consumi idrici. Un uso sostenibile delle risorse impone che l’acqua sia usata in modo efficiente e rispettando alcune limitazioni, il che, in linea di massima, non accade. Secondo alcuni sociologi, i sistemi per controllare l’accesso e l’uso delle risorse idriche ricreano e riproducono le disuguaglianze esistenti nelle società che li generano. Temo, purtroppo, che anche in questo caso sarà rispettata la ‘prima legge dell’idrodinamica’: ovvero l’acqua scorre verso i soldi. Finché l’entroterra avrà almeno una goccia d’acqua, questa defluirà con certezza verso le località costiere, verso i ‘grandi produttori di P.I.L.’ (definizione orgogliosamente coniata da un politico “decisore”).