Il geologo Baldelli: ecco la desertificazione della valle del Metauro

salus
Giampaolo Baldelli, geologo

Il geologo Giampaolo Baldelli ha inviato la seguente nota: “Ci sono due parole che nell’immaginario collettivo rappresentano le due facce della stessa. Sono il deserto e l’acqua. Nella nostra valle c’è grande carenza di acqua. I prati in generale compresi quelli all’inglese e i giardini non verdeggiano più, gli orti non producono più i pomodori, i cetrioli, le zucchine e i peperoni, la vegetazione arborea sta perdendo le foglie come in autunno, le colture agricole sono in grave sofferenza, i boschi si incendiano, le sorgenti di montagna non erogano più acqua per gli animali di allevamento e per quelli selvatici, i pozzi privati non sono più alimentati dalle falde idriche superficiali, i canali artificiali sono asciutti e ricchi di botulino e di altri veleni che uccidono gli animali acquatici quali i pesci, le nutrie, le papere, le oche e i cigni, il fiume Metauro è ridotto ad una fogna a cielo aperto con acqua putrida e pericolosa per la sopravvivenza della fauna stanziale e per i pesci. L’ecosistema fluviale nel suo complesso sta diventando un ‘Deserto dei Tartari’. Il problema della risorsa idrica di questa Valle è nato nel secolo scorso quando, l’industria prima e la chimica poi hanno inquinato le falde idriche di Pesaro e di Fano. Si è cercato di risolvere, senza criterio, solo il problema dell’approvvigionamento idrico delle due città costiere senza tener conto che in tutta la Provincia la popolazione dell’entroterra supera quella di Pesaro e Fano. Inizialmente, e siamo negli anni ’70, doveva essere una soluzione provvisoria per dissetare il capoluogo di provincia utilizzando le acque correnti del fiume. Le altre provincie marchigiane attingono l’acqua dalla dorsale appenninica e solo nella nostra provincia si è ricorso a questa soluzione con l’aggravante che negli anni ’80 anche per Fano si è adottato lo stesso sistema. In soldoni, o meglio in litri, quando il Metauro è in crisi ha una portata che non supera i 400/l/s. Dal depuratore di San Francesco di Saltara, Pesaro preleva da sola 400/ l/s, mentre Fano si accontenta di 200/l/s per poi prelevarne altri 100/l/s a monte della traversa di Cerbara per immetterli nella ricarica artificiale di Turno. Con l’algoritmo che può verificare anche uno studente delle medie si capisce che 400 – (400 + 200 + 100) è uguale a -300. E qui la matematica non risolve l’arcano. Infatti un aiutino viene dall’ENEL che con i suoiinvasi quasi colmi di detriti e di limi cede qualche barile. Ma il miracolo lo compie il pozzo del Burano difeso come fosse un tesoro privato il quale nel momento del bisogno, come ora, vomita spontaneamente la sua acqua oligominerale nel torrente per arrivare inquinata a San Lazzaro da dove raggiunge il depuratore di San Francesco. E questa è la dolorosa storia del fiume tanto decantato dal Tasso nella sua ‘Canzone al Metauro'”.