Una palla al piede

salus

L’arbitro fischia, è rigore. Posiziono la palla facendola ruotare su se stessa, conto i passi, alzo lo sguardo, metto le mani sui fianchi e sputo per terra, l’ho visto fare in televisione, forse aiuta. Anche nei paesi più sperduti, dove non esiste uno stadio o un campo da calcio, si trova una piazza o una via dove i bambini si radunano per fare una partita a pallone.

Nello stesso vicolo ci sono quattro ciabatte, tre palloni, due portieri e nessun arbitro. Si continua a giocare nonostante la pioggia insistente, una ferita sul ginocchio, le macchie sui pantaloni nuovi o un vetro rotto con una pallonata, non conta se è caldo o freddo, non esiste il tempo, non serve l’intervallo, non è permesso il time out.

L’unico richiamo verbale è quello della mamma che dice che è pronto il pranzo, l’unico fallo punito è quello di mano, quando il proprietario del pallone si arrabbia con tutti gli altri e li minaccia di portare via il pallone.

Quanti palloni persi e quanti recuperati sotto automobili parcheggiate ancora calde. Poi però con il passare degli anni il calcio dei bambini diventa quello degli adulti, il calcio della televisione. E come se fosse un altro sport, i bambini inizialmente non capiscono gli schemi della nuova squadra, siedono in panchina, aspettando la spiegazione dell’allenatore. Bastano due o tre partite in televisione e quei bambini diventano titolari inamovibili, nonostante fossero abituati a non fermarsi mai pur di fare gol, ora iniziano a simulare falli inesistenti, a insultarsi tra di loro, a non giocare più a pallone.

Oggi il gioco del calcio è sfuggito di mano un po’ a tutti, alle società sportive pronte a fare cassa, ai genitori fanatici e ai figli che si comportano come calciatori.

La parte mediatica ha preso il sopravvento di un gioco all’origine sano, le partitelle lunghe una settimana sul campetto del quartiere ora sono in diretta sui social network.

Troppa televisione in campo, ragazzi che si acconciano come i loro beniamini, che esultano come in tv, che protestano come i loro idoli, che salutano la ragazza in tribuna dedicandole un gol, che non giocano se non hanno lo scotch abbinato ai calzettoni, se non indossano la fascia per i capelli e se i tatuaggi non sono ben in vista sotto le maniche arrotolate della divisa della propria squadra.

Se solo si potessero anche scambiare la maglia a fine match sono sicuro che molti ragazzi lo farebbero. Peccato che poi il custode dello stadio si accorge se ne manca qualcuna.

Dal campetto alla televisione, dalla televisione al campetto.

Il calcio insegna a stare in compagnia, ad accettare di stare seduto in panchina, ad incitare un compagno stanco, a piangere dopo un’occasione fallita.

Entrare in campo a partita in corso, con la paura di sbagliare, con la forza di recuperare ogni palla persa, con la voglia di festeggiare un gol davanti a cinque, cinquanta o cinquanta mila spettatori.

Il calcio è uno sport semplice, per essere praticato non ha bisogno di attrezzature particolari o luoghi adatti esclusivamente ad esso, il calcio ha bisogno di persone serie, che sappiano segnare non solo con entrambi i piedi, ma che la insacchino anche di testa.